Procedevamo a piedi in senso opposto lungo una stradina affollata. Avevo un impegno urgente che m’imponeva un passo veloce, ragion per cui mi limitavo a guardare dove mettevo i piedi. A un certo punto, forse il rumore dei suoi tacchi, sollevo lo sguardo e come d’incanto dimentico ogni impegno. Non descriverò il suo aspetto, non ci proverò nemmeno, conoscendo i limiti del linguaggio, e in nessun caso aggiungerei il mio racconto alle innumerevoli descrizioni dell’effetto che una creatura del genere può fare su un uomo, anche perché, per quanto folgorante, non è stata la mirabile visione a generare l’ammirazione che nutro per lei, né quel che siamo divenuti l’un per l’altro. A ciò va aggiunto che io non sono un uomo. Ho, di fatto, un nome, il mio sesso è maschile, i miei godimenti sono spiccatamente eterosessuali, ma non sono un uomo. Con quest’apparente paradosso intendo dire che non riconosco sufficiente autorevolezza a qualsiasi cultura voglia descrivermi, sia religiosa, scientifica, esoterica o marziana. La stessa cosa (ma lei lo direbbe in modo diverso) vale per Giulia, essendo più dotata di qualsiasi altra donna di mia conoscenza. E non si tratta, per esser chiari, di virtù naturali o culturali, benché non manchino, ma di ciò che ha elaborato mettendoci del suo. Questo è il punto cruciale che ha reso possibile la nostra intesa, fatalità che non potevo prevedere ma che intuii quando ci s’imbatté l’uno nell’altro, o meglio, nel momento in cui incrociai il suo sguardo. Mi feci largo tra i passanti e quando la raggiunsi, sbarrandole il passo, le dissi d’un fiato: scusa la sfacciataggine, ti sembrerà folle quel che sto per dire, ma credo che noi, insieme, potremmo gioire e far gioire il mondo. Quale altra elegante signorina, invece di ignorarmi o scappare a gambe levate, mi avrebbe ascoltato?

 

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