Interrompo, per ora, il racconto del nostro primo incontro, anche per scongiurare il rischio di trasformare quest’opera nel romanzo che non abbiamo intenzione di scrivere, la cui creazione non necessiterebbe né di quattro mani né di due teste, forse nemmeno di una. Ora siamo in riva al mare, è mezzogiorno e il sole splende alto nel cielo. Non rivelerò la località né il paese in cui siamo, non per il gusto di nascondere alcunché ma perché quando siamo insieme, ovunque accada, il luogo che ci ospita, chiuso o aperto, non è che uno sfondo più o meno gradevole. Certamente entrambi amiamo il mare, infatti abbiamo appena fatto il bagno, ma nessun elemento esterno, per quanto piacevole, può distrarci dalla principale ragione per la quale ci ritroviamo insieme, presente in noi anche quando siamo distanti, che al momento è produrre un numero di pagine sufficienti per fugare il residuo dubbio, prevalente in Giulio, ovvero capire se questa anomala architettura può reggere: rileggendo quanto sinora scritto a me sembra di sì, ma per lui non è sufficiente, quindi il pensiero, qualsiasi cosa si faccia, verte principalmente sull’opera. Scrivo queste considerazioni all’ombra del nostro ombrellone, il solo presente in tutta la spiaggia, lusingata dalla soave e ripetitiva sinfonia marittima. La nostra preferenza va alle spiagge deserte per due ragioni: innanzitutto possiamo concentrarci sicuramente meglio se a noi si offrono soltanto percezioni naturali, l’altra sarà immediatamente venuta in mente a chi legge. Mentre ci apprestavamo a fare il bagno, spogliandoci, Giulio mi osservava, e benché non avessi assunto alcuna posa erotica, il suo irrequieto sesso si era istantaneamente inturgidito. Avrei potuto non farci caso perché l’acqua freddina del mare l’avrebbe velocemente ridimensionato, ma non sarebbe stato leale, e poi a me non dispiace occuparmene, per questa ragione ho accolto in bocca la sua marmorea asta per il breve tempo che fu necessario. A Giulio piace questo trattamento, dice che sono brava, ma non ci vuol molto a esserlo in simili prestazioni. Subito dopo, lui avrebbe voluto ricambiare il piacere, in uno dei tanti modi in cui avrebbe potuto farlo, ma non l’ho ritenuto necessario. Per quanto singolare possa sembrare, noi non pensiamo che ogni qual volta l’uno o l’altro è eccitato, per qualsiasi ragione, si debba per forza giungere a conclusione entrambi. E’ una delle cose che ci distinguono, divenuta per noi acquisita consuetudine. Non ci teniamo a far divenire immediatamente equi, come se fossero transazioni commerciali, i nostri affetti. A differenza di quanti approfittano del partner, o gli permettono di approfittare di sé, per poi ritrovarsi a goderne o soffrirne, maniacalizzando l’insano ruolo, noi non rincorriamo parità ideali, in concreto altrove quasi mai presenti, ma accettiamo intenzionalmente lo squilibrio. Non ci aspettiamo d’essere ricambiati più o meno rapidamente quando facciamo qualcosa, di qualsiasi cosa si tratti. Non ci dispiace per niente ritrovarci in credito, ci sfidiamo implicitamente in questo senso, perché riteniamo costruttivo gratificare l’altro ogni volta che consciamente o inconsciamente lo desidera, e non sto parlando di andare a far la spesa o di buttar via la spazzatura. Sarebbe tuttavia impossibile se non fosse ritenuta una pratica benefica da entrambi. Perché lo è divenuta per noi, ma è impensabile che possa esserlo per la maggior parte delle coppie? Spero di non irritare i duri di comprendonio affermando che la maggior parte di esse è composta d’individui immaturi psicologicamente in quanto corrotti culturalmente. Corrotti? ci si chiederà. E da quale cultura? Non mi addentrerò in quest’abisso per non dilungarmi oltre, ma lo farò a più riprese.

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